Oggi è il 6 giugno 2023, sono le undici e quarantuno e mi trovo fuori dal centro visti per la Cina, seduta in un bar. Sono qui in attesa perché non mi hanno accettato il visto con i documenti che mi ha fornito la scuola di Pechino. Sono molto agitata e allo stesso tempo incazzata perché ho appena fatto la figura della sprovveduta, solo perché l’azienda ha tentato di spendere meno soldi con un visto non lavorativo. Ma la cosa che mi fa imbestialire più di tutto è che ho già preso il volo. Non vorrei perdere tutti quei soldi e, oltre al danno economico, è proprio l’idea di non poter partire che mi manda in paranoia.
Ho appena provato a contattare il mio referente, che è il direttore della scuola, e mi sono accorta solo ora di non avere nemmeno il suo numero di telefono italiano. Assurdo. Mi sento presa per il culo in una maniera impressionante, come quando si dà da mangiare agli animali per farli stare buoni mentre, nel frattempo, gli si fa qualcos’altro.
Allo stesso tempo penso se mi incazzo non risolvo nulla, devo solo restare calma e aspettare un cenno di considerazione. Anche perché, se mi trovo in questa situazione, non è di certo colpa mia: sono loro che hanno voluto fare i furbetti, preparando dei documenti sbagliati. È già passata circa mezz’ora da quando ho contattato chi di dovere e nessuno risponde. Non ci posso assolutamente credere, non posso subire altre delusioni di questo tipo.
Invece di arrabbiarmi, però, penso sia stata una mossa saggia mettermi qui a scrivere per sfogarmi. In realtà volevo farlo da molto tempo, ma non so per quale motivo non ne trovavo mai la forza. Racconterò la mia vita a partire da circa un anno e mezzo fa. Non c’è nessuna ragione particolare per farlo, se non la pura necessità di sfogarmi e di togliermi un po’ del peso che ho accumulato in questo periodo.
Vorrei partire dal 2021, poco prima di Capodanno, e provare a ricordare come stavo. Avevo attacchi di panico ogni volta che tornavo a casa, le tensioni tra i miei erano sempre più forti e non sopportavo più di stare in quel limbo. Sapevo in fondo come, almeno, provare a stare meglio, ma non ne ho avuto il coraggio per anni. Quel Capodanno, nonostante le continue accuse e le recriminazioni insensate da parte di mia madre, decisi di andare con i miei amici in montagna. Non mi aspettavo molto, ma lo vidi come un modo per staccare dal caos per qualche giorno.
Durante quei giorni c’era anche G., una cara amica della mia migliore amica del tempo, che purtroppo — o per fortuna — non era potuta venire. La notte del primo gennaio successe: mi infatuai di lei. Non fu dal nulla, la conoscevo già, ma avevo forti pregiudizi nei suoi confronti. Molti dei miei amici non la sopportavano e forse anch’io credevo di non sopportarla, ma in quel frangente mi resi conto di aver sbagliato ad attribuirle tutte quelle cattiverie gratuite. Il trentuno passammo la giornata insieme, andammo a sciare, fu molto bello. Parlammo tutto il giorno, ma non del più e del meno in modo distaccato, parlammo intensamente, tanto che le interminabili file per le seggiovie sembravano durare cinque minuiti.
Non avevo ancora capito cosa stesse succedendo. La sera dopo, la perdita di inibizione data dall’alcool mi fece comprendere che la volevo, proprio quella sera, a tutti i costi. Cercai di farglielo capire in tutti modi, ma con discrezione. Lei lo comprese, e quella notte successe ciò che speravo.
I giorni seguenti, tornate a casa, iniziammo a vederci semplicemente per “divertirci”. Sentivo, però, che lei avrebbe voluto qualcosa di più e che anch’io mi stavo già affezionando. Dopo qualche settimana, tornai a Venezia dove studiavo; dovevo andare avanti con la stesura della tesi magistrale. Casualmente, anche lei era allo stesso punto della sua carriera universitaria. La invitai e lei, imprevedibilmente, venne. A quel punto penso che fossi già cotta di lei, e lei, credo, ugualmente cotta, forse più di me, ma si mosse con cautela. Non aveva nessuna intenzione di starci male per una stronza come me, per cui attese. Attese finché, dopo aver fatto la cazzata di farle leggere un mio diario, trovai il coraggio di dichiararmi.
Prima la feci piangere perché, comprensibilmente, ci rimase male a leggere tutto ciò che avevo provato per altre persone. Credeva di essere da meno e non capiva il motivo per cui le avessi fatto leggere quella robaccia scritta solo per sfogarmi. A dire la verità, penso di non sapere ancora oggi cosa mi spinse a farlo. Forse mi fidavo ciecamente e credevo che condividere quelle emozioni sarebbe stato un modo per mostrarle qualcosa di intimo, mai condiviso con nessuno, e per farle capire che quello che avevo provato prima non era nulla in confronto a ciò che provavo con lei. O forse ci tenevo a un suo parere su quello che avevo scritto. Probabilmente un mix di tutte queste cose. Ma di averle fatto leggere quelle maledette pagine me ne pento ancora oggi. A volte mi meraviglio di quanto possa essere insensibile, di non capire cosa potrebbe ferire un’altra persona.
Come l’altro giorno, per esempio. Mi sono rivista con G. dopo circa un mese che non stiamo più insieme. Ci siamo lasciate in modo pacifico, niente urla o grida; quindi ho pensato che prima di andare a una festa di amici in comune fosse il caso di rivedersi, per aggiornarci. E in quel contesto, ho ritenuto normale rivelarle che stavo frequentando un’altra ragazza. Lei ci è rimasta male. Non so, ho avuto l’impressione di aver fatto una cazzata grande quanto quella del diario.
Non l’ho vista bene, mi sembrava molto tesa. Forse per il carico di studio eccessivo e le scadenze, o forse per altro, ma anche prima che le raccontassi della mia frequentazione avevo l’impressione che non fosse molto presente. Nel giro di un’ora aveva fumato sei o sette sigarette; non che sia un problema, ma mi è sembrato anomalo, dato che aveva smesso. Con l’andare avanti della serata, però, mi ha rivelato che anche lei stava avendo un’altra frequentazione. Lì mi sono un po’ stizzita anch’io. Cavolo, non ha senso dirmi che ci stai male perché è passato solo un mese, quando anche tu stai già uscendo con un’altra persona! Ho avuto l’impressione che la sua sofferenza derivasse da qualcos’altro che non mi ha rivelato. Nonostante ciò, siamo state insieme e le ho confessato di amarla ancora. Che penso sia vero, ma credo anche che non vorrei più stare con lei, se non a livello sessuale.
Sono ancora molto turbata da quella sera, ma allo stesso tempo felice, perché se lei non sta bene, ora non è più un problema mio. Non è mio dovere occuparmene, perché non stiamo più insieme, e questo mi ha fatto capire quanto mi pesasse cercare sempre di capire come stesse o non stesse. Che spreco di energie. L’amo ancora, di questo sono certa, ma né io né lei, d’altronde, siamo più disposte a stare in una relazione come quella che abbiamo avuto per un anno e mezzo.
Sono comunque un po’ preoccupata per lei. Vorrei scriverle e chiederle come sta, in qualità di amica, ma non vorrei che fraintendesse. E penso che lo farebbe, perché forse è lei quella che, in questo momento, non è ancora riuscita ad andare avanti del tutto. Ad ogni modo, è stato bello farlo di nuovo con lei: insieme scateniamo una forza enorme che ci attraversa entrambe, tanto da riuscire a venire contemporaneamente, cosa che non penso molte coppie facciano così facilmente. Spero che prima di partire — se riuscirò a partire, perché a questo punto non ho più nessuna certezza — riusciremo a vederci. Ovviamente senza impegno, anche solo per un saluto, senza aspettative. Poi, se deve capitare, capiterà. Altrimenti va bene lo stesso.
Il fatto che mi abbia lasciata, anche se inizialmente mi ha causato molto dolore, poco dopo mi ha dato una carica tale da riprendere in mano la mia vita. Mi ha dato la forza di decidere di muovermi, di andare avanti e continuare a esplorare, un’attitudine che forse avevo messo in pausa anche a causa della sua influenza. Non un’influenza negativa, ma senza volerlo mi aveva portato, in un anno, a rinunciare a piccole cose a cui, probabilmente, da sola o con un’altra persona non avrei mai rinunciato. D’altra parte, stare con lei mi ha permesso di scoprire un mondo vicino a me e totalmente sconosciuto: per esempio, ho riscoperto il piacere di leggere la letteratura italiana, che da tempo schifavo con ogni mia forza. Ho scoperto il suo mondo magico, la sua mente creativa e la sua anima sensibile, per certi versi molto più della mia, ma molto meno per altri.
Non so perché, ma nonostante ci siamo lasciate (e giuro che non ci sto sperando, anzi, non vorrei assolutamente tornare con lei), ho la sensazione che rimarrà nella mia vita a lungo. Non so in che modo, ma sento che sarà una risorsa importante per me e, in qualche modo, io lo sarò per lei. Oppure sto scrivendo questo solo perché in fondo ci spero ancora e sono una sottona. Per ora non riesco a capire quale delle due. Sento solo che il nostro rapporto, qualunque esso sia, non è finito. E ne sono contenta.
Ecco, direi che per ora il mio sfogo è volto al termine, anche perché devo prendere il treno di ritorno. Un viaggio totalmente a vuoto. O forse no? Beh, di sicuro ho riscoperto quanto amo girovagare a caso per una città che non conosco.
Finalmente il datore di lavoro mi ha risposto. Era sorpreso che non mi avessero fatto passare con quel visto. Gli ho detto che richiedono un visto lavorativo e lui non mi ha assicurato che potrò averlo. Ed ecco che il mio programma per l’estate, in un secondo, è cambiato di molto. Non so per quale ragione, ma sono abbastanza tranquilla. Forse solo apparentemente? Non so nemmeno se effettivamente riuscirò mai a tornare in Cina. Forse è il caso che cominci a investire in qualcosa di più concreto? Che so, iniziare a lavorare per quell’azienda con cui avevo fatto il colloquio per fare digital marketing? Il mio problema è che non riesco a decidermi a fare una cosa sola nella vita. Forse mi lascio fin troppo trascinare dalla corrente. Forse dovrei iniziare di nuovo a studiare? Fare un master più professionalizzante? Ok, ma quale? Per l’insegnamento sono già scaduti i termini, quindi dovrei aspettare ancora un anno o guardarmi attorno, qui vicino?
Non so proprio da che parte sono girata, però stranamente non sono agitata. Lo ero di più lo scorso anno, ad agosto, quando ero circa nella stessa situazione e non sapevo se avrei insegnato, lavorato o continuato a studiare. È tutto un gran casino. Non so cosa vorrei fare, mi piacciono troppe cose ma nessuna abbastanza da dedicarmici interamente. Nonostante ciò, non sono così presa male. Non capisco. È la stanchezza che non mi permette di agitarmi? Vi farò sapere nella prossima puntata.
Comunque, è patetico che sia in grado di scrivere solo di me, delle mie cose, e non abbia il minimo spirito di invettiva. Che in realtà penso di avere, da qualche parte, nascosto, ma ho molta paura di tirarlo fuori. Provo vergogna solo a pensarci, ma credo che sia una cosa che prima o poi dovrei fare e che mi farebbe rinascere. Perché sono così frenata? Cosa mi frena? Solo me stessa?
La cosa più strana tra tutte è che non sono nemmeno arrabbiata per aver perso questa giornata, perché ho fatto molto più di quanto non avrei fatto a casa. Per esempio, riuscire finalmente a sfogarmi apertamente dopo tanto tempo. Se riuscissi a fare questo esercizio abitualmente, penso che non solo mi farebbe stare meglio, ma mi porterebbe da qualche parte. Non so dove, ma da qualche parte.
Poi non capisco come mai gli altri sembrino trovarsi bene a fare una cosa sola, a essere esperti in quella, e io non ci riesco. Non mi piace nulla, fuorché studiare il cinese senza uno scopo preciso. Quello lo farei. Ma ora come ora, non trovo molti stimoli nemmeno per quello. Sono un po’ ridicola.